Maestro della Madonna Straus

(Firenze, attivo tra il 1385 e il 1415 ca.)

Nativita' di Cristo

Tempera su tavola a fondo oro, 34 x 26 cm (13.39 x 10.24 inches)

  • Riferimento: 687
  • Provenienza: Livorno, collezione de Larderel
  • Note:

    Opera Notificata

Bibliografia:

R. Offner, The Mostra del tesoro di Firenze Sacra – II, in “The Burlington Magazine”, LXIII, 1933, p. 170, nota 14 (pp. 166-178) L. Bellosi, Da Spinello Aretino a Lorenzo Monaco, in “Paragone”, 187, 1965, pp. 38-39, fig. 36 (pp. 18-43) F. Rusk Shapley, Paintings from the Samuel H. Kress Collection. XIII – XV century, London 1966, p. 41 M. Boskovits, Pittura fiorentina alla vigilia del Rinascimento: 1370 – 1400, Firenze 1975, p. 364 M. Boskovits, In margine alla ricerca su Agnolo Gaddi, in “Paragone”, 355, 1979, p. 57 (pp. 54-62) E. Andreatta, in L’Età di Masaccio. Il primo Quattrocento a Firenze, a cura di L. Berti e A. Paolucci, catalogo della mostra (Firenze), Milano 1990, p. 259.

Descrizione:

In una capanna aperta, quasi si trattasse di una loggia cittadina, la Vergine seduta sta coprendo con un lenzuolo rosso, decorato in oro sui bordi, il Bambino disteso su un giaciglio; poco più indietro il bue e l’asinello partecipano al panorama domestico, mentre a destra Giuseppe, col capo appoggiato ad una mano, riflette sul miracolo dell’incarnazione. Un angelo intanto indica la capanna ad un pastore accompagnato dal suo gregge, mentre altri tre angeli in alto, sembrano distratti nella loro preghiera proprio dal compiersi dell’annuncio. La tavola, testo fra i più famosi e studiati della pittura fiorentina alla fine del Trecento, è opera del cosiddetto Maestro della Madonna Straus, un artista ancora senza nome (anche se Sonia Chiodo ha proposto di riconoscerne l’identità in quella del pittore Ambrogio di Baldese ), e nondimeno figura chiave per comprendere il passaggio dal tardogiottismo alla civiltà del Gotico Internazionale a Firenze. Individuato da Longhi nel 1928 come l’autore della Madonna col Bambino già di Collezione Edith Abraham e Percy Selden Straus a New York (oggi al Museum of Fine Arts di Houston), cui il critico associava un gruppo stilistico piuttosto nutrito , il Maestro della Madonna Straus è stato da subito considerato, al pari di Gherardo Starnina, Lorenzo Monaco e Masolino da Panicale, una delle figure più significative della pittura del tardogotico in Toscana. Grazie soprattutto alle ricerche condotte da Miklós Boskovits e più di recente di Angelo Tartuferi , il suo catalogo ora conta di una cinquantina di tavole che si articolano in circa trent’anni di attività: dagli anni ’80 del XIV secolo segnati a Firenze dall’esperienza figurativa di Agnolo Gaddi, fino al secondo decennio del Quattrocento. La nostra tavola può contare su segnalazioni attributive di prim’ordine, offerte dai maggiori storici dell’arte del Novecento, nonché su una notevole vicenda collezionistica: già accostata ad Agnolo Gaddi quando si trovava nel Palazzo dei conti de Larederel a Livorno, venne inserita da Offner nel gruppo di ventotto dipinti a lui assegnati al maestro Straus. Fu poi Longhi nel 1946 (comunicazione scritta) a pronunciarsi a favore dell’autografia del maestro, quando il dipinto si trovava in un’importante collezione romana. E forse fu proprio su consiglio di Longhi che la tavola – assieme ad un’Adorazione dei Magi, poi passata nella collezione di Samuel H. Kress e oggi al Seattle Art Museum, evidentemente realizzata per il medesimo dossale – entrò per qualche tempo nella collezione di Alessandro Contini Bonaccossi. Quando poi passò all’industriale milanese Michele Bagnarelli, il dipinto fu ancora pubblicato in un importante contributo di Luciano Bellosi e naturalmente inserito nel gruppo delle opere del Maestro della Madonna Straus nel volume di Boskovits sui pittori fiorentini allo scadere del Trecento. La critica è concorde nel ritenere la tavola, al pari della suddetta Adorazione dei Magi già Kress, opera ascrivibile alla prima fase dell’attività del maestro, eseguita attorno al 1390. Lo attesta un uso della linea – si guardi ai panneggi – delicato, ma ancora lontano da qualsiasi astrazione formale. Le figure, sbalzate in avanti con una precisa nozione prospettica ed un uso incisivo del segno grafico, accostano in questa fase il maestro Straus a Spinello Aretino, che del resto era attivo a Firenze da quasi un decennio ed era impegnato, all’inizio degli anni ’90, nel cantiere di decorazione della Cappella Bartolini Salimbeni in Santa Trinita. A certificare la modernità di questo incantevole presepe sono i preziosismi cromatici e la destrezza nell’uso del punzone sull’oro. La coesistenza dunque di elementi di antico e moderno rende la tavola esposta non solo uno dei migliori esiti della carriera di un protagonista dell’arte italiana, ma anche un testo oltremodo significativo del mutamento della ragione formale avvenuto nella pittura fiorentina allo scadere del Trecento.

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