Pietro Longhi

(Venezia 1702 - 1785 Venezia)

La Fortuna Assiste la Famiglia Malta dalle Insidie degli Avvocati, c. 1778

Olio su tela, 60 x 48 cm (23.62 x 18.90 inches)

  • Riferimento: 710
  • Provenienza: Collezione privata, Venezia
  • Note:

    Firmato:
    Longhi

Bibliografia:

A. Morandotti, Mostra di pittura veneziana del Settecento. Catalogo, catalogo della mostra, Roma 1941, p. 54, n. 52
V. Moschini, Pietro Longhi, Milano 1956, p. 38, tav. 220; T. Pignatti, Pietro Longhi, Venezia 1968, p. 95, tav. 271

 

Descrizione:

In un ambiente di Palazzo Ducale a Venezia si incontrano i protagonisti di una causa civile appena terminata: a sinistra vi sono due esponenti dello stato della Serenissima, verosimilmente infuriati per l’esito del giudizio, mentre al centro una raffigurazione allegorica della fortuna sta riversando da una cornucopia monete d’oro e d’argento su due gentiluomini, accompagnati da un bambino dall’aria visibilmente soddisfatta e un po’ maliziosa. È evidente la dicotomia tra il bene, impersonato dal valore della famiglia e dal portamento umile dei vincitori, i cui sguardi non mostrano alcuna baldanza, e il male, descritto dalla rabbia e dall’atteggiamento intimidatorio dei due aristocratici, uno dei quali indicando gli avversari pare promettere vendetta.

Questa bella tela, firmata in basso a sinistra dal pittore veneziano Pietro Longhi, è stata resa nota in occasione della rassegna sulla pittura veneta del Settecento organizzata a Roma, presso Palazzo Massimo alle Colonne, nel dicembre del 1941[i]. Il titolo scelto per illustrare l’opera nell’occasione era “Gli avvocati”, mentre la breve scheda nel catalogo fa riferimento alla scritta collocata sotto i piedi del gentiluomo che reca in mano il cappello: “Da quali angustie non liberommi fortuna?”. Secondo il parere di Alessandro Morandotti, estensore del testo, si trattava di una sorta di ex voto profano: il motivo della commissione del dipinto era l’omaggio alla fortuna, descritta come una divinità pagana, da parte di un cittadino che era sfuggito alle insidie procurategli dai perfidi uomini di legge raffigurati sulla sinistra. Vincenzo Moschini nella sua monografia conferma sostanzialmente questa lettura iconografica, aggiungendo un’interpretazione della scritta collocata sul muro in fondo, che fa riferimento nella seconda riga al doge Alvise IV Mocenigo. Moschini quindi propone per il dipinto una datazione agli ultimi anni del dogato del Mocenigo, morto nel 1778, trovando affinità formale con opere di Pietro Longhi della stessa fase[ii]. La datazione al 1777-78 è la stessa proposta da Terisio Pignatti, che pubblica nuovamente il dipinto nella sua monografia[iii] e più avanti nel volume della collana dei ‘Classici dell’Arte Rizzoli’[iv].

In sostanza fino a questo punto, almeno per quanto concerne l’individuazione dell’iconografia dell’opera, gli studi hanno preso in esame unicamente la scritta collocata in basso sotto i piedi del gentiluomo più giovane e del bambino, non curandosi affatto delle altre, che nondimeno oggi appaiono meglio leggibili grazie al recente intervento di pulitura. È possibile ora ad esempio riconoscere le figure dei due ‘avvocati’ (che sarebbe meglio definire “avogadori de comun” di Venezia) nelle personalità di Giammarco Calbo e Giovanni Querini, i cui nomi sono vergati sulle loro teste sul legno degli scranni – e nel caso di Calbo il nome compare pure sulla lettera (forse un verbale) che sporge fuori dalla sua borsa. Sulla testa del più anziano dei due gentiluomini premiati dalla sorte vi è la scritta “Malta Ebreo”, mentre sopra la chioma della Fortuna si legge “Dinaro di Malta”. L’iscrizione sul muro è l’unica indecifrabile, ma in questo caso una parziale lettura è stata consentita attraverso l’indagine riflettografica: è confermato il riferimento al Mocenigo (“Per. Doge Giov. Alvise Mocenigo”) – e quindi la datazione dell’opera si può riconoscere in quella proposta da Moschini e Pignatti – ma più che una frase elogiativa della magnanimità del doge, qui sembra piuttosto trattarsi di un riferimento cronologico per un caso giudiziario che a Venezia doveva aver avuto sicuramente una qualche risonanza.

La lettura delle iscrizioni chiarifica quindi la natura del soggetto: protagonista è la dinastia dei Malta, una delle famiglie di religione ebraica più importanti, dentro e fuori le mura, del Ghetto di Venezia. Una famiglia di cui vi sono testimonianze a partire dalla seconda metà del Seicento[v] e che nel censimento decretato nel 1797, al momento della fine della Repubblica e di conseguenza della fine della segregazione degli ebrei, compare nel gruppo dei commercianti “benestanti”[vi] (dieci anni dopo, nel 1807, la loro gondola partecipò alla regata in onore dell’arrivo di Napoleone in laguna). Allo stato attuale delle ricerche non è possibile ancora individuare con certezza le tre figure – anche se suggestiva appare l’ipotesi di riconoscere nel bambino quel Gabriel Malta più volte menzionato dalle cronache cittadine d’inizio Ottocento – né avere ulteriori ragguagli sul processo civile il cui esito è descritto nella tela. Tuttavia pare certo che questo processo si inserisse in una fase di rapporti molto tesi tra il patriziato veneziano e i maggiorenti del ghetto: all’inizio degli anni ’70 del Settecento una serie di leggi predisposte per colpire l’economia della minoranza ebraica avevano costretto molti commercianti del ghetto a vendere di contrabbando sulla terraferma, creando una sostanziale deflazione dei prezzi in città; questo alimentò l’odio recondito da parte dei commercianti veneziani e del patriziato e l’avvio di una nuova legislazione fortemente limitante e segregante nei confronti degli ebrei (la famosa ‘ricondotta’ del 1777). Nel Maggior Consiglio del resto erano in maggioranza i cosiddetti ‘Novatori’ – corrente della quale facevano parte proprio il Querini e il Calbo – radicali oltranzisti mossi da sentimenti chiaramente antigiudaici che auspicavano la migrazione degli ebrei dalla città di Venezia e portavano avanti con determinazione le cause patrimoniali per conto dello stato. Il clima mutò sotto il dogato di Paolo Renier (1779-1789), laddove fu evidente che le attività economiche condotte nel ghetto erano parte imprescindibile dell’economia dello stato veneziano e quindi occorreva che fossero tutelate. Di certo alla fine degli anni ’70 erano molti i mercanti ebrei che a Venezia si dovevano appellare alla fortuna per salvaguardare il proprio patrimonio.

Il dipinto qui presentato quindi è testimonianza di un momento storico significativo: mentre in tutta Europa la politica illuminata dei principi, che seguivano i consigli dei philosophes, apriva le porte dei ghetti delle città e annullava ogni tipo di segregazione quale eredità di un passato di barbarie, a Venezia le famiglie di più alto lignaggio si arroccavano in difesa di privilegi medievali, perseverando nell’odio contro gli ebrei con l’assurda presunzione che leggi vessatorie nei loro confronti avrebbero favorito i commercianti autoctoni. La tela è dunque, come riconosciuto da Morandotti, un ex voto laico, commissionato verosimilmente proprio dalla famiglia Malta per preservare il documento di uno dei passaggi più travagliati della vita della loro comunità (e il fatto che il dipinto sia passato più avanti nelle raccolte di un’altra celebre dinastia del ghetto veneziano, gli Jacur, ne conferma il valore legato alla persistenza in loco della memoria). Che il pittore scelto per quest’incarico sia uno dei maestri veneziani più illustri del XVIII secolo – nondimeno in una fase molto fortunata della sua carriera come attesta un’opera quale il famoso Caffè (già Firenze, Collezione privata)[vii], non a caso chiamata in causa come termine di confronto molto coerente col dipinto esposto – è un’altra splendida anomalia della grande storia di riscatto sociale descritta nel dipinto: Venezia non era solo la città dei Querini e dei Calbo, luogo infettato da secoli dall’odio antigiudaico; Venezia era soprattutto uno stato in cui i tribunali potevano fare giustizia tutelando i più deboli, a dispetto dell’arroganza dei patrizi; e Venezia è la patria di Longhi cui spetta la responsabilità di raccontare, con la sua consueta arguzia, questo significativo episodio di vita sulla laguna. In una fase storica in cui la società e i suoi vertici sembrano intrappolati in una spirale di regresso e inciviltà, compete all’arte e ai suoi protagonisti il compito di marcare la via verso la redenzione e l’inizio di una luminosa epoca di uguali diritti per tutti gli uomini.

 

 



[i] A. Morandotti, Mostra di pittura veneziana del Settecento. Catalogo, catalogo della mostra, Roma 1941, p. 54, n. 52.

[ii] V. Moschini, Pietro Longhi, Milano 1956, p. 38.

[iii] T. Pignatti, Pietro Longhi, Venezia 1968, p. 95.

[iv] T. Pignatti, L’opera completa di Pietro Longhi, Milano 1974, p. 103, n. 225.

[v] Per una breve nota su alcuni esponenti della famiglia tra XVII e XVIII secolo si veda: La comunità ebraica di Venezia e il suo antico cimitero, a cura di A. Luzzato, Milano 2000, I, p. 355.

[vi] R. Calimani, Storia del ghetto di Venezia 1516-2016, Milano 2016. Dai verbali di polizia apprendiamo che nel 1761 i Malta erano segnalati come usurai (“i più gran stochegianti” di Venezia): P. Preto, I servizi segreti di Venezia. Spionaggio e controspionaggio ai tempi della Serenissima, Milano 2010, p. 547.

[vii] R. Longhi, Viatico per cinque secoli di pittura veneziana, Firenze 1946, p. 161; Pignatti cit., 1968, p. 87, tav. 274.

 

T. Pignatti, L’opera completa di Pietro Longhi, Milano 1974, p. 103, n. 225

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